martedì 7 maggio 2013

Unbirthday


C’è una ricorrenza che cade ogni giorno dell’anno, il non compleanno. Durante i trecentosessantaquattro giorni di non compleanno si ricevono doni ingenetliaci. Più interessanti e graditi rispetto ad un unico dono genetliaco. No doubt. Grazie Lewis. Lapalissiano.
Che cosa hanno in comune un corvo ed uno scrittoio?
Nulla. Questo pensavo mentre contemplavo – indifferente - una coppia non più giovane che si scambiava effusioni in un ristorante. Seduti davanti ad una candela ed un paio di bicchieri di vino bianco, rigorosamente fermo. Come il Tempo. No, non era la perenne ora del tè e il Capellaio Matto, accusato giustamente di ammazzare il Tempo e non solo quello, continuava a guardare il suo orologio che segnava il giorno ed il mese. Non le ore.
Meglio così, almeno non le vedi passare.
Col pensiero li ho accompagnati fino alla macchina e mi sembrava di vederli camminare, fuori dal ristorante. Lui che giocava col mazzo di chiavi, fischettando; lei che arrancava su quei trampoli di diciotto centimetri cercando di rincorrerlo a passi piccoli, impercettibili.
La loro velocità era diversa.
Strana era la maniera in cui lei fissava le altre donne del locale. Criticava la loro pettinatura, imprecava contro gli stivaloni troppo alti e pacchiani, sprezzava il loro trucco troppo pesante, cosciente della propria superiorità. Aspettava la sua insalata mista ammirando l’anello che le aveva appena regalato l’uomo della sua vita. Oggi era il suo compleanno - non c’era nessun non compleanno da festeggiare - e lui le aveva fatto il regalo genetliaco più bello del mondo. Le aveva chiesto di sposarlo. Ancora turbata si sistemava la spallina del nuovo abito costato un quarto di stipendio e sfiorava i lunghi riccioli biondi che le cadevano sulle spalle. Si sentiva bella, affascinante, attraente. Avvenente. Aveva una strana maniera di guardare le persone: inclinava leggermente la testa verso destra muovendo la bocca, sempre verso destra. Seduta, socchiudeva gli occhi e si toccava il labbro superiore con il pollice della mano destra reggendo una marlboro light tra l’indice e il medio. Dita raffinatissime sulle quali risaltava uno strano smalto nero.
Col pensiero li ho visti entrare in macchina. Abbracciati. Stereo altissimo.
Lui degustava lentamente il suo bicchiere e le parlava a voce bassa. Aveva prenotato la cena una settimana prima e si era fatto fare l’anello da un suo amico orafo; lo aveva pagato un terzo del suo prezzo. Anche lui guardava le donne che erano sedute agli altri tavoli ma con fare spontaneo, privo di sguardi diffidenti. Amava osservare qualsiasi donna. Amava le donne, in generale. Non rideva quasi mai e si limitava a sorridere. Ogni tanto prendeva la mano della donna bionda e le sussurrava qualche cosa all’orecchio inclinando il corpo in avanti, ben attento a non sporcarsi la camicia bianca. Lei si riversava improvvisamente all’indietro, sullo schienale della sedia, soffocando risate troppo acute.
Col pensiero li ho visti entrare nel monolocale della ragazza.
Si sdraiarono sul letto a due piazze e cominciarono a baciarsi mordicchiandosi le labbra. Lei si alzò, andò verso il mini bar e riempì due bicchieri ghiacciati con dell’ottima vodka polacca; lui si girò e infilò nello stereo un cd di musica classica tra i tanti che erano sparpagliati - senza custodia - sul tavolino.
Cosa hanno in comune un corvo ed uno scrittoio?
Nulla. Questo pensavo mentre chiedevo il conto al cameriere.
Sdraiati e sudati ascoltavano le ultime note del disco. Lui si accese una sigaretta stringendo la testa della ragazza bionda sul proprio petto. Pensava al ristorante, alla cena, al monolocale. Pensava all’anello. Pensava al dono genetliaco. Spense la sigaretta a metà e si rivestì scrutando con la coda dell’occhio la donna che piangeva. Non disse nulla ma allacciandosi gli ultimi bottoni della camicia cominciò a sorridere. Un sorriso a labbra strette. Un sorriso che fece muovere la sua bocca. Verso destra.
Quando lui accese il motore della macchina guardò l’orologio. Il giorno ed il mese non erano indicati. Era solo tardi. Troppo tardi.
Quando lei smise di piangere andò dal Cappellaio Matto. Non riuscì a portare a termine un discorso sensato. Ma trovò la differenza tra un corvo ed uno scrittoio.
 
 
 
patosoftineto

venerdì 3 maggio 2013

Primo Maggio - Il muro bianco in prima persona



Primo Maggio 2013


Oggi è un giorno di festa e non si lavora. Oggi è il giorno dei lavoratori. Forse farà festa anche chi non lavora. Ma solo per solidarietà.

Alle 6 in punto un filo di luce comincia a dar forma a tutto quello che mi circonda. Intravedo, a fatica, le fessure degli scuri e la luce che penetra attraverso la tenda rossa crea una strana alchimia cromatica. Chissà perché gli occhi - appena aperti - cercano sempre una finestra. Perché si avverte all’improvviso la necessità di una via di uscita, nel letto, appena ci si sveglia? Si vuole forse prendere la giusta distanza dal luogo in cui si ri-prende coscienza del proprio io? O forse si cerca la provenienza della luce per riparare gli occhi ancora gonfi e stropicciati? C’è il sole o ci sono le nuvole? Forse pioverà. Forse gli occhi si diriggono inconsapevolmente verso la finestra per un semplice bisogno di libertà. Anche e solo mentale. Tant’è che spesso, e neanche troppo paradossalmente, una volta svegli e una volta scrutata la finestra, ci si gira verso la persona che si ha al proprio fianco, nel letto, la persona che di solito si ama; è come se si volesse abbracciare la sicurezza che spiega perché non si apre subito quella finestra, perché non si vuole rompere l’equilibrio di un momento. Corto o lungo. Effimero o duraturo. Non ha importanza.

Prime luci del mattino. La memoria a breve termine ha immagazzinato le ultime fasi del sogno; sono state immediatamente trascritte sul quaderno nero moleskine, oggetto di indiscusso valore teso all’interpretazione dell’inconscio.

Un dedalo come tanti altri.

Mi sono girato e rigirato, ho anche provato a mettere la testa sotto il cuscino. Le prime ore del mattino sono sempre silenziose e soavi ma possono essere anche molto rumorose e caotiche. Mi sono alzato e ho spostato leggermente la tenda rossa, ho aperto la finestra che dà sul terrazzo e ho spalancato gli scuri. Al mattino si tende sempre ad aprire gli scuri della propria camera con una certa brutalità: troppo forte è la voglia di scappare dalle antropotossine appesantite dalla notte. Di sera, invece, si chiudono gli scuri in maniera vellutata, sulla punta dei piedi e senza far rumore, per non svegliare i demoni. Loro dormono già.

Una volta aperta la finestra non ho sentito nessun rumore di motore acceso vicino al bar. D’altra parte oggi è il giorno dei lavoratori e al lavoro - di solito - ci si va in macchina. Ma prima si deve bere il caffè a casa... e al bar. Altrimenti che inizio di giornata è?

Tutte le mattine dovrebbero essere così. Sì, ma la festa dei lavoratori c’è solo una volta all’anno. Sempre per solidarietà.

Sul terrazzo ho guardato prima il cielo e poi la strada. In realtà, per prima cosa ho osservato la finestra della cucina della coppia che vive di fronte al mio palazzo. Saranno già in piedi? No, ovviamente. Troppo presto. Staranno giocando con Morfeo. O staranno giocando con Eros.

Neanche questo ha importanza.

E poi ho guardato i miei piedi, nudi. Dalì, il gatto di casa, si strusciava sulle mie caviglie formando una curva con la schiena. L’ho accarezzato e mi sono messo a camminare avanti ed indietro su quelle mattonelle, respirando l’aria fresca e leggera che a quell’ora ti pizzica il naso e ti ricorda alcune scampagnate mattutine da adolescente. All’epoca non capivo ancora la forza di quel pizzichìo. Camminavo e la respiravo quell’aria, priva di quella pesantezza tipica di fine giornata quando, dopo cena, ero solito camminare su quello stesso terrazzo accerchiato dal fragore e dal fetore umano.

Prima delle prime luci del mattino - e ben prima dell’alchimia cromatica - ho chiuso il quaderno nero moleskine, ho rimesso la penna sul comò, vicino alla lampada. L’ho spenta. Nel letto mi sono girato verso la parete. Priva di finestra.

Un muro bianco...

mercoledì 1 maggio 2013

Il muro bianco




Primo Maggio

Oggi è un giorno di festa e non si lavora. Oggi è il giorno dei lavoratori. Forse farà festa anche chi non lavora. Ma solo per solidarietà. 

Alle 6 in punto un filo di luce comincia a dar forma a tutto quello che lo circonda. Intravede, a fatica, le fessure degli scuri e la luce che penetra attraverso la tenda rossa crea una strana alchimia cromatica. Chissà perché gli occhi, appena si aprono, cercano sempre come prima cosa una finestra. E’ come se si avvertisse all’improvviso il bisogno di una via d’uscita; nel letto, appena ci si sveglia. E’ come se si dovesse uscire velocemente dal luogo in cui si ri-prende coscienza del proprio io. O forse si cerca la provenienza della luce per proteggere gli occhi ancora gonfi e poco stropicciati. C’è il sole o il cielo nuvoloso? Forse porterà pioggia. Forse gli occhi cercano la finestra per il semplice bisogno di libertà. Anche e solo mentale. Tant’è che spesso, e neanche troppo paradossalmente, una volta scrutata la finestra, ci si gira verso la persona che si ha al proprio fianco, nel letto, come per abbracciare la sicurezza che spiega perché non si apre subito quella finestra, perché non si vuole rompere l’equilibrio di un momento. effimero o duraturo. Non ha importanza.

Prime luci del mattino. La memoria a breve termine ha immagazzinato le ultime fasi del sogno che sono state immediatamente trascritte sul quaderno nero moleskine, oggetto di indiscusso valore teso all’interpretazione dell’inconscio. Un dedalo come tanti altri.    

Si è girato e rigirato, ha anche provato a mettere la testa sotto il cuscino. Le prime ore del mattino sono sempre silenziose e soavi. Ma possono essere anche rumorose e caotiche. Si è alzato e ha spostato leggermente la tenda rossa, aperto la finestra che dà sul terrazzo e spalancato gli scuri. Al mattino si tende sempre ad aprire gli scuri con una certa animosità, come se si volesse uscire al più presto per trovare il giusto ossigeno. La notte, invece, si chiudono in maniera vellutata, sulla punta dei piedi e senza far rumore, per non svegliare i demoni. Loro dormono già. Non ha sentito nessun rumore di motore acceso vicino al bar; d’altronde è la festa dei lavoratori e al lavoro di solito ci si va in macchina. Ma prima si beve il caffè, al bar. Tutte le mattine dovrebbero essere così. Sì, ma la festa dei lavoratori c’è solo una volta all’anno. 

Sempre per solidarietà.

Sul terrazzo ha guardato prima il cielo e poi la strada. In realtà, per prima cosa ha osservato la finestra della cucina della coppia che vive di fronte. Saranno già in piedi? Ovviamente no. E poi ha guardato i suoi piedi, nudi. Dalì, il gatto di casa, si strusciava formando una curva con la schiena. Lo ha accarezzato e si è messo a camminare avanti e indietro respirando l’aria fresca e leggera che ti pizzica il naso e che ti ricorda alcune mattine da bambino, in campagna; all’epoca non ne capiva ancora la forza. Camminava e la respirava quell’aria, priva di inutili paturnie e frustrazioni che la rendono elettrica ed appesantita, la sera dopo cena, quando non più scalzo era solito camminare su quello stesso terrazzo accerchiato dal fragore e dal fetore umano.   

Prima delle prime luci del mattino e ben prima dell’alchimia cromatica, ha chiuso il quaderno nero moleskine, ha rimesso la penna sul comò vicino alla lampada. Ha spento. Nel letto si è girato verso la parete. Priva di finestra. 
Un muro bianco...

patosoftineto

lunedì 5 luglio 2010

la gabbia

“mettiamo uno scimpanzé in una gabbia molto piccola, chiusa con delle traverse in cemento. l’animale diventerà pazzo furioso, si avventerà contro le pareti della gabbia, si strapperà il pelo, si infliggerà dei morsi atroci, e nel 73% dei casi finirà per uccidersi. adesso pratichiamo un’apertura sul fondo della gabbia, situando quest’ultima in corrispondenza di un precipizio senza fine. il nostro simpatico quadrumane di riferimento si avvicinerà al bordo, guarderà in basso, rimarrà a lungo immobile a contemplare il baratro, vi tornerà più volte, ma in genere non vi si getterà; in ogni caso il suo nervosismo verrà radicalmente sedato”. (Michel Houellebecq, “Extension du domaine de la lutte”, 1994, traduzione di Sergio Claudio Perroni).

il blog

“il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero diario in rete. il fenomeno ha iniziato a prendere piede nel 1997 in America; il 18 luglio 1997, è stato scelto come data di nascita simbolica del blog, riferendosi allo sviluppo, da parte dello statunitense Dave Winer, del software che ne permette la pubblicazione (si parla di proto-blog), mentre il primo blog è stato effettivamente pubblicato il 23 dicembre dello stesso anno, grazie a Jorn Barger, un commerciante americano appassionato di caccia, che decise di aprire una propria pagina personale per condividere i risultati delle sue ricerche sul web riguardo al suo hobby. nel 2001 è divenuto di moda anche in Italia, con la nascita dei primi servizi gratuiti dedicati alla gestione di blog”. (wikipedia)